23 settembre 2002
di Marco Novaro
Mettete nel vostro lettore cd Creatura Nuda e lasciate
che la voce di Valentina Giovagnini vi suggerisca di
percorrere insieme a lei una strada senza origine. La
strada vi conduce alle porte di un borgo medievale in
fermento, dove sarete raggiunti dai riverberi della
cultura celtica che partono dalla verde terra dello
shamrock e raggiungono le coste atlantiche della Galizia.
Ma non avrete lasciato il presente circondato di sonorità
synth e di elettronica. Perché la sua musica
si colora con le tinte del passato, ma si delinea con
il supporto tecnologico del pop più ricercato
e attuale.
Le canzoni hanno il ritmo arioso e fluttuante
delle antiche danze cortesi, in cui si abbracciano cornamuse,
thin wistle e programmazioni ritmiche. L'interpretazione
vocale è sicura e aggraziata, lo sguardo dolce
e malinconico va dai declivi della Toscana alle scogliere
d'Irlanda. Unite tutti gli elementi e avrete la formula
di successo di questa giovane cantante aretina. Spesso
ci si prodiga ad avvicinare la Giovagnini a Enya o a
Branduardi.
Ma lei ha qualcosa di più rispetto
all'impalpabile artista irlandese. I suoi brani sono
più consistenti; c'è più sostanza
e meno fumosità gestita al computer. Con le arti
branduardiane, pur scorgendosi in lontananza, c'è
comunque molta distanza: l'Angelo del violino è
un musicista che vive con cuore e testa nelle nobiltà
del Rinascimento riproponendo sovente canzoni "in
stile"; Valentina è un'interprete di un'altra
generazione che ama la contaminazione e ha radici molto
più moderne. Non per questo meno suggestive.
Hai iniziato da giovanissima a studiare
la storia e i repertori musicali del passato che poi
avresti utilizzato per Creatura Nuda.
Sì, io ho sempre cantato e studiato musica.
Sono riuscita a legare insieme la passione e la pratica
per questa arte senza tempo. Ho iniziato frequentando
il Liceo Musicale e imparando a suonare il flauto. Poi
una volta terminata la maturità mi sono iscritta
alla Facoltà di Lettere con l'indirizzo Musica
e Spettacolo di Arezzo. E adesso sto frequentando il
secondo anno.
Come ti sei avvicinata alla musica
medioevale?
E' una cultura che mi ha sempre affascinato.
Da quando ho cominciato ad approfondirla, il suo studio
mi ha conquistata e la musica di quel periodo si è
trasformata in una passione molto forte. E più
andavo avanti, più mi prendeva completamente.
Però direi che la sento anche come una cosa innata,
è come se l'avessi sempre avuta dentro e lo studio
l'avesse tirata semplicemente fuori.
Pensi che la tradizione possa essere
aggiornata senza perdere il suo valore?
Certo, l'aggiornamento non tradisce l'origine,
gli dà semplicemente un valore nuovo. A me comunque
piace spaziare e non fermarmi in un'unica direzione.
Quindi nelle canzoni senti un po' di tutto. Poi a me
piace ridare una vitalità nuova a questi repertori.
Nel disco infatti si respira molto la presenza del passato.
Canti anche un madrigale polivocale
del Cinquecento.
E' vero. Mi piaceva l'idea che ci fosse un pezzo
come Madrigale insieme alle altre canzoni.
Per arrivare a questi accostamenti
sicuramente sei cresciuta con molti riferimenti musicali.
Sì, come vedi io ho sempre ascoltato
tanta musica, dalla classica al rock.
Alcune pagine del passato sono difficili
da sentire oggi. La tua rivisitazione può stimolare
però i più curiosi ad avvicinarsi ai vecchi
repertori.
Sicuramente riportarli all'oggi senza ritoccarli
gli avrebbe lasciato addosso una patina troppo antica.
Sono musiche che non verrebbero capite o apprezzate
da tutti, perché comunque sono molto lontane
dall'idea di canzone che noi abbiamo oggi. Però
è vero anche quello che dici tu, perché
hanno dei colori particolari che sarebbero restati nei
loro tempi, mentre io in qualche modo sono riuscita
a riportarli ai tempi attuali usando degli arrangiamenti
moderni. Ma questo credo che sia un discorso che potremmo
allargare a tutti i campi dell'arte, non solo alla musica.
Conoscere la tradizione è moto importante, ma
per tenerla viva o riproporla a distanza di tanto tempo
penso che si possa anche modellarla bene dall'interno.
Si può emulare e si può modificare.
Prima di pubblicare il disco quali
sono state le tue esperienze?
Prima facevo delle serate nei locali dove cantavo
da sola. Poi ho fatto qualche concorso. Insomma, ho
percorso la strada che di solito tutti quanti seguono
per poter emergere. In quel periodo stavo comunque già
pensando a maturare uno stile che fosse mio e assolutamente
personale, in grado di offrire una proposta diversa
dal solito. L'incontro con Davide Pinelli, che ha curato
la realizzazione dell'album e ha scritto le musiche,
è stato molto importante perché ha dato
forma alle mie idee.
In Creatura Nuda c'è un brano
strumentale pervaso di sonorità irlandesi che
si chiama Accarezzando a piedi nudi l'erba delle colline
di Donegal. Che significato ha per te questo luogo che
tra l'altro ha dato i natali ad Enya?
Donegal ha solo un significato ideale. E' una
contea dell'Irlanda, una delle tante, perciò
non ha un valore specifico. Serviva però a fermare
in un'immagine concreta i paesaggi tipici e i colori
che puoi incontrare in Irlanda. E' un punto di vista
geografico secondo me molto affascinante, visto le ascendenze
che nel disco ci sono per la cultura musicale di questi
luoghi.
Come riproponi dal vivo le tue canzoni?
Quando canto dal vivo le canzoni mantengono
assolutamente intatti gli stessi suoni dell'album. Ma
al di là dei contenuti musicali, è un
concerto anche molto suggestivo da vedere perché
sul palco ci sono strumenti affascinanti che hanno una
loro bellezza sia per le sonorità che per l'estetica.
Ci sono ad esempio delle cornamuse e un'arpa celtica,
strumenti che in fondo sono poco conosciuti o utilizzati
nella nostra musica.
Il prossimo lavoro sarà una
conferma di Creatura Nuda?
Sì, il prossimo disco seguirà
certamente la stessa direzione del primo. Non voglio
cambiare nulla perché sento che è la chiave
giusta per me.